Santa Sofia a Costantinopoli (oggi Istanbul)

Riporto un articolo preso da interris del 13 luglio 2020 sulla Basilica di Santa Sofia ad Istanbul, ora museo, che verrà trasformata in moschea secondo il volere del presidente turco.

Santa Sofia, la seconda caduta di Costantinopoli

da Marco Guerra -ULTIMO AGGIORNAMENTO – Luglio 13, 2020

“E il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato”, così Papa Francesco, ieri, dopo la preghiera mariana dell’Angelus in Piazza San Pietro, pone i riflettori sulla decisione della Turchia di riconvertire in moschea la Basilica di Santa Sofia. Francesco esprime senza mezzi termini il suo disappunto per una decisione simbolicamente epocale, che riporta indietro le lancette dell’orologio a quella Turchia ottomana, antagonista dell’Occidente e che imponeva il suo dominio su tutto il complicato scacchiere del Medio Oriente.

L’opera di re-islamizzazione della società turca impartita dal presidente “sultano” Recep Tayyip Erdogan è iniziata da almeno un decennio ma la decisione di riportare il culto islamico a Santa Sofia sembra aver rotto definitivamente almeno un secolo di dialogo
interreligioso, di riconoscimento reciproco e di apertura all’Europa che avevano fatto della Turchia il Paese più laico e pluralista del mondo islamico.

Atatürk fu il presidente che riformò la Turchia dopo la fine dell’Impero Ottomano e nel 1934 trasformò Santa Sofia in un museo aperto a tutti che è diventato il simbolo di Istanbul. Dopo oltre 80 anni, venerdì scorso Erdoğan ha firmato un decreto che ordina la riconversione della basilica in una moschea, una misura che arriva subito dopo la decisione del Consiglio di Stato di annullare la decisione di Ataturk, accogliendo la richiesta di un piccolo gruppo islamista locale. Di fatto il sito bizantino, patrimonio dell’Unesco, passa dalla gestione dal Ministero della Cultura alla Presidenza degli Affari Religiosi. Lo stesso Erdogan, con un discorso alla nazione, ha annunciato che il 24 luglio si terrà la prima preghiera a Santa Sofia.

L’ultima messa a Santa Sofia

L’ultima messa a Santa Sofia risale invece alla notte del 28 maggio del 1453, alla celebrazione assistettero sia i fedeli di rito greco che quelli di rito latino. Secondo le fonti dell’epoca, gli abitanti di Bisanzio erano disperati, e si abbandonarono alle lacrime, la mattina seguente infatti gli ottomani entrarono in città dopo due mesi di assedio, uccidendo, stuprando, razziando e ponendo fine a oltre 1000 anni di Impero Romano d’Oriente.

Centro di vita che abbraccia Oriente e Occidente

La cattedrale bizantina dedicata alla Sophia  (Sapienza Divina) è stata dunque cristiana per circa un millennio. Inaugurato nel 537 sotto l’imperatore cristiano Giustiniano l’edificio fu cattedrale greco-cattolica e poi ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli. Non è un caso che le Chiese ortodosse abbiano espresso le critiche più forti. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, nei giorni scorsi, aveva denunciato i rischi di questa decisione in tal senso: “Spingerà milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam”. In virtù della sua sacralità, Santa Sofia, aveva rimarcato il Patriarca, è un centro di vita “nel quale si abbracciano Oriente e Occidente”, e la sua riconversione in luogo di culto islamico “sarà causa di rottura tra questi due mondi”.

Il patriarca di Mosca Kirill, figura religiosa più importante di tutta la Russia, ha parlato di tentativo di “calpestare l’eredità spirituale millenaria della Chiesa di Costantinopoli, accolta dal popolo russo, allora come oggi, con indignazione e amarezza”. Duro anche il governo della Grecia, il Paese più legato al patriarcato di Costantinopoli, che ha descritto l’atto di Erdogan come “provocazione al mondo civile”, mentre il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), che conta 350 chiese e rappresenta 500 milioni di cristiani, ha chiesto di rivedere la decisione.

Dal canto suo Erdogan ha difeso la decisione invocando la “sovranità nazionale” e assicurando che le porte di Santa Sofia continueranno a essere aperte a tutti e che i mosaici cristiani saranno salvaguardati. Certo è che la reazione sprezzante alle proteste
manifesta la volontà di Erdogan di mostrare i muscoli sia davanti ai ceti popolari della Turchia, dove ha sempre attinto per il suo consenso, sia difronte i sui rivali regionali. Ovvero Erdogan si manifesta come il vincitore contro i cristiani e l’Occidente davanti ad Egitto, Arabia Saudita ed Emerita Arabi. Il protagonismo della Turchia nel Mediterraneo è già visibile con le sue interferenze in Siria e Libia, un nazionalismo che si tinge sempre più di venature religiose per legittimare la leadership di Erdogan, con buona pace delle minoranze.

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Alcuni sussidi

In occasione della festa di San Giuseppe la Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato un fascicolo, corredato dalle immagini del Maestro Padre M.I.Rupnik, che contiene il rosario meditato. Ecco cosa dice la CEI: “In questo momento di emergenza sanitaria, la Chiesa italiana prega e invita a pregare per tutto il Paese. Lo facciamo in questo giorno dedicato alla festa di San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria, patrono della Chiesa universale, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario”.

Ecco il sussidio: Rosario meditato nella festa di San Giuseppe

La Conferenza Episcopale Italiana mette a disposizione di tutti un sussidio per aiutare i fedeli nella preghiera in questo momento così delicato per ognuno a causa di questa epidemia del coronavirus.

Ecco il sussidio: Sussidio Conferenza Episcopale Italiana

Oltre a questa iniziativa della CEI si aggiunge anche la casa Editrice Queriniana che presenta così la sua iniziativa: “data la situazione straordinaria in cui ci troviamo, (la Queriniana) desidera offrire gratuitamente a tutti/e i fedeli che non possono prendere parte alle celebrazioni, un piccolo contributo per la riflessione e la preghiera”.

Ecco il sussidio: Sussidio Editrice Queriniana

La liturgia della Parola di domenica 15 marzo, terza domenica di Quaresima, in “Le letture della domenica”

Uniti nella preghiera.

Claudio

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Donne oppresse

Posted on 8 Marzo 2020 by Claudio

In occasione della Festa della Donna, Interris ricorda i volti di alcune donne, simbolo di tenacia e lotta contro qualsiasi forma di oppressione 

di Marco Grieco – 08 marzo 2020

Oggi ricorre laGiornata internazionale della Donna, un’occasione che, nonostante il tono diverso a causa degli eventi cancellati per l’emergenza da nuovo coronavirus. Eppure, non c’è emergenza sanitaria che tenga per ribadire, ancora una volta, l’importanza e la centralità della donna nel mondo. Parole che oggi assumono un sapore d’urgenza. Non ci può essere festa della Donna se ancora ci sono donne oppresse e dimenticate. Per questo, Interris.it ha voluto dedicare la sua copertina ad alcune donne. Sono tessere infinitesimali di un mosaico fatto di tenacia e forza. Eppure, con il loro esempio, queste donne ricordano alla società mondiale quanto ancora c’è da fare. Maria Antonietta Rositani

A 42 anni, Maria Antonietta non si sarebbe mai aspettata di finire in coma farmacologico a causa del suo ex-marito. Mamma di due figli, fu lui ad appiccarle il fuoco sprezzante: la raggiunse in una trafficata strada di Reggio dove, a cielo aperto, le urlò, bruciandola: “Muori!”. Maria Antonietta, però, non si è arresa e non si arrende nemmeno ora. Ha, invece, trasformato quell’urlo disumano in un grido di forza per lei e i suoi figli.Maria Antonietta, cosa rappresenta per lei questa giornata?

“Per me dovrebbe rappresentare un riscatto, perché faccio parte ancora di queste donne che possono combattere contro questi esseri mostruosi. L’appello che faccio a loro è non smettere mai di lottare e denunciare, perché la giustizia esiste, ed è quella di Dio. Nessuna donna ha il diritto di essere spogliata dalla dignità”.

Lei parla di giustizia umana e divina. Perché?

“La giustizia umana, purtroppo, tende a sbagliare, perché a monte non vengono presi tutti gli accorgimenti necessari. Nel mio caso, è stato messo agli arresti domiciliari un soggetto che era, invece, pericoloso. La giustizia vera è quella di Dio, l’unica che dà consolazione”La fede le dà una grande forza?

“Per me Dio è un involucro che mi protegge da qualsiasi minaccia. Quando sono con Lui sento lo stesso calore ‘buono’ che ho provato quando ho deciso di lasciare il mio ex e scappare dai miei figli. È una sensazione  meravigliosa, che non porta sofferenza”.

Liliana Segre

La senatrice a vita Liliana Segre è una donna profondamente legata alla sua esperienza di sopravvissuta alla Shoah. Per questo avverte dai rischi di banalizzazione che oggi possono essere fatti verso le donne, anche in una società che sembra aver metabolizzato gli orrori dei totalitarismi. “La frase che riassume la donna della Shoah è quella scritta da Primo Levi: come una rana d’inverno. Senza capelli e senza la forza di ricordare. Poi, c’è la donna sopravvissuta alla Shoah che ha il dovere di ricordare” commentava due anni fa, a margine del convegno Punti di luce: le donne nella Shoah organizzato a Palazzo Lombardia a Milano. Dopo essersi battuta per la creazione di una commissione contro l’odio razziale e l’antisemitismo, la Segre ha ricevuto tante minacce di morte, al punto da convincere la Prefettura di Milano ad assegnarle uno scorta armata. Nonostante questo, Segre non si è mai data per vinta: lo scorso novembre il Parlamento ha votato a maggioranza a favore della proposta della senatrice di istituire una commissione contro il razzismo e l’antisemitismo che servirà a monitorare la recrudescenza di questi fenomeni ed esaminare disegni di legge volti al loro contrasto, insieme alla promozione di iniziative volte a sensibilizzare sul tema. 

Greta Thunberg

Ha conquistato la copertina che a fine anno il Time dedica alla persona dell’anno. A soli 16 anni l’attivista svedese è una delle donne più influenti sulle nuove generazioni. Una borraccia l’arma della sua rivoluzione, insieme a una tenacia che l’ha portata un anno e mezzo fa a presidiare, con un modesto sit-in, la sede del Parlamento svedese. “Ha dato voce a un problema globale” disse di lei il caporedattore della rivista di Cbs Today Show, Edward Felsenthal. Oggi, grazie al suo comportamento, un’intera generazione mondiale segue il suo esempio votato non solo al rispetto del pianeta, ma anche alla richiesta di maggiore sensibilizzazione ai vertici istituzionali. Grazie a lei, giovani smarriti hanno preso in mano il loro futuro, chiedendo agli adulti interventi incisivi ed efficaci per contrastare il cambiamento climatico.

Asia Bibi

“Finalmente libera!” è il titolo della biografia scritta da Asia Bibi con la giornalista Anne-Isabelle Tollet. La cristiana pachistana è un simbolo di resistenza non solo sociale, ma anche nella fede. Perseguitata in Pakistan per la sua fede cattolica, ha patito pene infernali nel centro di detenzione di Shekhupura. Ammanettata, costretta a subire vessazioni continue, è stata deprivata dell’affetto dei suoi cari, soprattutto i figli: “Quando chiudo gli occhi, rivivo ogni istante” scrive nella sua biografia. In questo periodo di dura prova, non ha mai rinunciato alla sua fede, anzi ha attinto da essa la forza per poter vivere. Oggi è libera e può lodare Dio per il dono della fraternità che le è stato fatto da tutti coloro che in questi dieci anni le hanno mostrato il loro sostegno.

Le donne di Herat

Nella prigione di Herat, città dell’Afghanistan, sono detenute centinaia di donne. Alcune di loro hanno figli nati dallo stupro perpetrato da mariti violenti. Molte di loro hanno rischiato la vita, per questo non hanno avuto altra scelta che uccidere il loro carnefice. Oggi, fra le stanze dei centri di detenzione, si sentono “libere”, anche se spesso non hanno una protezione legale. Come Fatima, una donna di 39 anni, continuamente percossa dal marito e una volta ferita con un colpo d’arma da fuoco: nonostante questo, è stata condannata a 20 anni di prigione. Natasha Latiff, un avvocato che rappresenta lei ed altre donne, ribadisce che queste forme di violenza sono una “norma culturale” in Afghanistan. La strada per il riconoscimento legale è ancora lunga, ma almeno queste donne sentono tutto il respiro della libertà di vivere serenamente, nonostante tutto.

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La storia di Babbo Natale

Da In-terris del 6 dicembre 2019 di Marco Grieco

Ogni anno la diatriba è la stessa: Babbo Natale o Santa Claus? Non si tratta di una domanda che ha solo a che fare con temi legati al consumo. Il vecchietto con la lunga barba bianca e vestito di rosso è così entrato nel nostro immaginario che, in fondo, tutti sentiamo l’intimo dovere di schierarci da una parte o dall’altra. Che Babbo Natale non sia solo cosa per bambini lo pensava anche J.R.R. Tolkien, il padre del Signore degli Anelli: per il professore di Oxford, dietro quella figura si nascondeva il riflesso di un messaggio molto più profondo. Dello stesso avviso era anche l’amico Lewis, autore de Le Cronache di Narnia: entrambi docenti cattolici in una Oxford serissima dopo la Grande Guerra, i due scrittori inglesi leggevano nella generosità del buontempone barbuto che elargiva doni ai bambini un simbolo cristiano molto evidente, anzi più pregnante proprio perché metafora. I due intellettuali inglesi non sono andati molto lontano, perché quello che in Italia è noto come Babbo Natale altri non è che San Nicola, il vescovo greco di Myra e venerato non solo dai cattolici. Interris.it ha seguito le tracce di Santa Claus giungendo a Bari. Qui, nell’omonima Basilica a lui dedicata, vive il massimo esperto di San Nicola: il padre domenicano Gerardo Cioffari, archivista della Basilica S. Nicola e storico, a cui tra l’altro va il merito di aver re-inserito la festa di San Nicola nel Calendario liturgico. “Va bene opporsi all’eccessivo consumismo, ma non possiamo colpire l’esagerazione e di mira anche la sostanza che il personaggio di Santa Claus incarna- dichiara padre Cioffari, in aperto contrasto con le polemiche verso Babbo Natale -. Ho sempre difeso la sostanziale bontà di Santa Claus, perché ci fa tornare alla semplicità e all’amore fra gli uomini” sostiene.

L’origine della leggenda

Ma come nasce il personaggio di Babbo Natale? “Nella storia, San Nicola, è ricordato per aver salvato tre fanciulle povere che il padre avrebbe fatto prostituire, gettando per loro dei sacchetti di denaro da una finestra – sottolinea padre Gerardo -. Nell’iconografia, in seguito, questi sacchetti sono stati rappresentati come tre palle d’oro sul Vangelo, anche se in origine erano dei doni a fanciulle bisognose. In un secondo momento, nella storia di San Nicola s’intreccia il suo intervento a favore di tre innocenti che stavano per essere decapitati. Influenzati dalle traduzioni delle Sacre Scritture che, a proposito delle persecuzioni di re Erode, parlavano di bambini innocenti, di manoscritto in manoscritto la parola ‘bambini’ è stata assimilata a ‘innocenti’ e l’accoppiamento fra questo miracolo con il dono alle fanciulle ha creato il personaggio Babbo Natale nel Duecento” dice padre Cioffari. “È solo nel corso dei secoli che il personaggio di San Nicola è stato gradualmente associato ai bambini, soprattutto in Francia e Germania. L’arrivo in America del santo turco è datato solo al XVIIesimo secolo, quando fu portato dai protestanti olandesi”. Il padre domenicano ricorda che l’iconografia oggi più diffusa di Babbo Natale è del 1931, quando il brand Coca Cola indisse un concorso sull’illustrazione più bella del santo… “e San Nicola dismise i suoi abiti vescovili per il tipico abbigliamento rosso che tutti conosciamo”.

Da San Nicola a Babbo Natale

Secondo il padre domenicano, vi sono tanti elementi della moderna iconografia di Babbo Natale che richiamano San Nicola. Innanzitutto, il sacco pieno di doni, che è un netto richiamo ai sacchetti di denaro donati dal santo alle tre fanciulle. “Un elemento spesso sottovalutato è la finestra, forse l’unico aspetto che congiunge davvero i due modelli – sottolinea padre Cioffari -. Dalla finestrella, il vescovo passò i sacchetti con le monete e, allo stesso modo, a partire dal Cinquecento, Santa Claus utilizzò un angusto camino per fare lo stesso. Lo studioso rileva che è proprio in quel secolo che risale la prima attestazione che fa riferimento a Santa Claus: “Al 4 dicembre 1507 si data il più antico documento di un diario di spesa in cui una principessa tedesca avverte un’amica sui giocattoli da dare ai bambini per la notte di San Nicola“. I bambini sono i privilegiati da San Nicola, che salva tre fanciulle e tre innocenti, come attesta la sua agiografia. Pertanto, costoro diventano i destinatari dei suoi doni: “Anche Lutero per diversi anni donava regali ai figli – sottolinea padre Cioffari -. Poi, dal 1536 ha cambiato idea dicendo che i doni li porta Gesù Bambino, però la maggior parte dei protestanti ha continuato questa piccola eccezione per cui la cosa curiosa è che, pur sapendo che i protestanti non venerano i santi, ci sono circa 1000 Chiese luterane, evangeliche e anglicane dedicate a San Nicola.

L’eccezione dei protestanti

Nel protestantesimo sono vietati i culti dei santi, eppure le 95 tesi luterane non erano state ancora affisse alla porta della chiesa di Wittenberg che la venerazione di San Nicola godeva già di popolarità fra i protestanti: “Le prime chiese ad Amsterdam, Stoccolma, Berlino, Madrid, Tallin, Praga sono a lui dedicate e si stima che, su 40 capitali europee, 36 abbiano al centro della città la chiesa di San Nicola” sottolinea il domenicano. Questo spiega le ragioni della sua persistenza nonostante la Riforma: il vescovo non è più visto come un santo da pregare, ma come come una sorta di eroe fondatore: “Quindi il motivo protestante non è religioso, ma patriottico. Non parliamo di Paesi ortodossi come Mosca, a tutti gli effetti la Capitale di San Nicola, con 48 chiese di San Nicola, 30 parrocchie, una ventina di cappelle universitarie, ospedaliere, ecc. mentre San Sergio e San Giorgio hanno 17 chiese ciascuno” sottoliena lo studioso. Fatta eccezione per Tirana, Andorra e Città del Vaticano, non esiste uno Stato che non abbia una capitale europea senza la chiesa di San Nicola al centro: “Mentre in Italia San Nicola è il santo della carità – così lo cita Dante: Esso parlava ancor de la larghezza/ che fece Niccolò a le pulcelle,/ per condurre ad onor lor giovinezza – nella cultura nord-europea il santo vescovo ha, col tempo, rivestito un ruolo politico e culturale, diventando un’emblema della società”.

L’ombra di San Francesco

La storia del vescovo turco si situa agli albori della cristianità. Padre Cioffari conferma: “San Nicola è vissuto fra 270 e 337 ai tempi di Costantino il Grande ed ha partecipato al primo concilio di Nicea. Alla sua epoca, scrittori coevi non ne avevano parlato e la Chiesa lo ha ritenuto dubbio, come tanti santi dell’antichità. Si tratta di un santo a tutti gli effetti greco, molto venerato nel mondo ortodosso, soprattutto nel mondo slavo”. Dal Trecento, però San Nicola viene adombrato da San Francesco. Come sottolinea lo studioso domenicano, “attraverso il Presepe, Gesù Bambino ha preso il posto di San Nicola. Eppure, non tutti sanno che, al fianco dell’altare di San Francesco ad Assisi, c’è la cappella di San Nicola dipinta da Giotto. Gli stessi francescani sono nati nella chiesa di San Nicola al centro di Assisi. Quando Francesco si decise a mettere insieme i seguaci, i primi due si incontrarono con lui nella chiesa di San Nicola. Con San Francesco, però, San Nicola viene adombrato da Gesù Bambino, al centro del Presepe di Greccio e segno costitutivo del Natale”.

San Nicola patrono ecumenico

Il poverello d’Assisi con il presepe di Greccio ha influito significativamente sul culto di San Nicola, sbiadendo la sua presenza sul terreno della religiosità popolare: “A ciò ha contribuito la stessa Chiesa cattolica – sottolinea lo studioso – che, per colpire l’entità di alcune donazioni, ne ha frenato il culto”. Ancora nel 1969, mentre Oltreoceano la figura di Babbo Natale portata in auge con il marchioCoca Cola cominciava a prendere piede nell’immaginario comune, nel calendario liturgico, al contrario, veniva declassato: “Solo grazie agli studi che ne hanno provato la veridicità e il peso, negli ultimi anni San Nicola è tornato in auge” sottolinea padre Cioffari. 

Eppure, dietro il gioviale vecchietto vestito di rosso, non c’è solo un santo elargitore di doni. San Nicola, monaco turco che ha attraversato il Mediterraneo, riveste un significato ecumenico dal grande valore: “Se Assisi rimane il centro della preghiera per la pace, con San Nicola, Bari lo è dell’incontro fra Cristiani” dichiara lo studioso: “Copti, iracheni, siriani…nel nome di San Nicola giungono i Cristiani dalle periferie del mondo“.

 

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Solennità di tutti i santi

Chi sono i santi del nuovo millennio

da In-terris del 1 novembre 2019

di Marco Grieco

Ci sono più santi che nicchie” scriveva Honoré de Balzac ne Il medico di campagna. Quando si parla di santità occorre subito mettersi al riparo da una tendenza in voga da sempre: quella della superbia, che eleva l’uomo a una presunta superiorità che oscura gli altri fino ad eclissarli. I Santi, quelli veri, ci insegnano invece che non esiste un vademecum della santità. Seguire le orme del Cristo, raggiungere quella che i mistici chiamano “imitatio Christi” non ha nulla di ieratico. Al contrario, è un cammino profondamente radicato nella storia di ciascuno. Lo ha ricordato anche Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate. Sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo: “la santità è una via per tutti”. Il Pontefice mette in guardia dalla tentazione di dipingere i Santi come icone, “simulacri vuoti”, spogliandoli di quell’umanità che ha del “miracoloso” perché pervasa da Cristo. “Molte volte – ricorda il Papa – abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie […]. Non è così”. Il modello è, piuttosto, la “santità della porta accanto“, che ha bisogno della fede per elevarsi, ma è tale perché si cala nelle vite di ciascuno. 
“Unità nella diversità”La schiera dei Santi canonizzati negli ultimi tre Pontificati dipinge il carattere universale della Chiesa cattolica. L’immagine – mutuata da Papa Francesco – è quella del poliedro, un modello ecclesiologico a più facce che non standardizza ma, al contrario, rivela la molteplicità nell’Unità di Dio. Come scrive il Pontefice nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: “Non è un’unità qualsiasi. Non è un’uniformità […]. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parti che in esso mantengono la loro originalità e questi sono i carismi, nell’unità ma nella propria diversità. Unità nella diversità“. La trama simbolica rappresentata dai Santi degli ultimi trent’anni, inoltre, permette di leggere il mistero dell’Incarnazione nella storia pulsante dei popoli di tutti i tempi. Non deve, dunque, meravigliare la “differenza” fra i Santi da un Pontificato all’altro. Come ricorda il vaticanista Paolo Rodari su Repubblica, attraverso “beati e santi […], i Pontefici esprimono un modello di Chiesa. Canonizzare o non canonizzare una persona […] significa anche scegliere se esercitare o meno un potere reale, concesso da secoli soltanto a chi siede sul soglio di Pietro”. In questa veste senza cuciture che è la Chiesa, i Santi non sono solo espressione di una devozione popolare, ma di un profilo di cristianità modello per il popolo di Dio: nell’avvicendarsi dei Pontefici, salta all’occhio un’immagine varia e viva dello Spirito Santo al passo coi tempi.

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Solennità dell’Assunta

Papa Benedetto XVI: «E’ un mistero grande quello che oggi celebriamo, è soprattutto un mistero di speranza e di gioia per tutti noi: in Maria vediamo la meta verso cui camminano tutti coloro che sanno legare la propria vita a quella di Gesù, che lo sanno seguire come ha fatto Maria. Questa festa parla allora del nostro futuro, ci dice che anche noi saremo accanto a Gesù nella gioia di Dio e ci invita ad avere coraggio, a credere che la potenza della Risurrezione di Cristo può operare anche in noi e renderci uomini e donne che ogni giorno cercano di vivere da risorti, portando nell’oscurità del male che c’è nel mondo, la luce del bene».

(Angelus, 15 agosto 2011)

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8 marzo dedicato a tutte le donne

Riporto un articolo preso dal quotidiano on line interris dell’ 8 marzo 2019

Donne dimenticate

Otto marzo, festa della donna… ma non per tutte

di MANUELA PETRINI

“Io oserei dire che l’umanità non ha ancora maturato: la donna è considerata di ‘seconda classe’. Cominciamo da qui è un problema culturale. Poi si arriva ai femminicidi. Ci sono dei Paesi in cui il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio”. E’ quanto ha affermato Papa Francesco durante il volo di ritorno dal viaggio negli Emirati Arabi. Ma quello della violenza sulle donne è un tema che aveva affrontato già in altre occasioni, come nel discorso pronunciato il 19 gennaio 2018 a Puerto Maldonado, una delle tappe del viaggio in Cile e Perù. “Fa male constatare come in questa terra, che sta sotto la protezione della Madre di Dio, tante donne sono così svalutate, disprezzate ed esposte a violenze senza fine– ha detto in quell’occasione il Pontefice – Non si può ‘normalizzare’ la violenza verso le donne, prenderla come una cosa naturale, sostenendo una cultura maschilista che non accetta il ruolo di protagonista della donna nelle nostre comunità. Non ci è lecito guardare dall’altra parte, e lasciare che tante donne, specialmente adolescenti, siano ‘calpestate’ nella loro dignità“. 

Queste parole di Papa Francesco dovrebbero spingere a riflettere sulle condizioni di milioni di donne, molto spesso abbandonate al loro destino, dimenticate da tutti. Anticamente, in alcune civiltà, la donna veniva considerata un essere inferiore, esclusa dalle attività di tutti i giorni. I suoi doveri, principalmente, consistevano nel badare ai figli e svolgere le faccende domestiche, senza nessuna possibilità di esprimere il proprio pensiero ed esercitare la propria volontà. Con il tempo, la loro situazione è andata via via migliorando, soprattutto in Occidente, ma ci sono angoli del mondo in cui la donna viene ancora considerata senza valore e sottoposta a indicibili torture psicofisiche.

Oggigiorno si tende a semplificare tutto e si pensa che basti un giorno per celebrare la donna. L’otto marzo, però, non è una festa per tutte le donne. Basti pensare a quante bambine vengono costrette a sposarsi in tenera età, quante sono sottoposte alle mutilazioni genitali, mentre altre vengono trascinate con l’inganno lontano da casa, in un altro continente e costrette a prostituirsi sotto la minaccia di morte. Altre, a causa di credenze e superstizioni sono bollate come streghe e barbaramente uccise

Le mutilazioni genitali

In alcune zone del mondo, soprattutto in Africa, esiste ancora la pratica della mutilazione genitale femminile. Le parti intime delle bambine – solitamente di età compresa tra i 3 mesi e i 15 anni – vengono tagliate e cucite. Senza questa pratica non sarebbero considerate pure e chi rifiuta di farlo viene allontanata dalla propria comunità. Con l’infibulazione, la vagina della bambina viene chiusa per circa la metà, lasciando solo un foro per l’urina e uno per il flusso mestruale. Al momento del matrimonio la cicatrice viene tagliata per permettere il rapporto sessuale e il parto. Dopo ogni parto, una nuova infibulazione. Secondo i dati più aggiornati dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono tra 100 e 140 milioni le bambine o adolescenti, nel mondo, che hanno subito una forma di mutilazione genitale. L’Africa è il continente in cui il fenomeno è più diffuso, con 91,5 milioni di ragazze di età superiore a 9 anni vittime di questa pratica e circa 3 milioni di altre che ogni anno si aggiungono a questa cifra. 

Il dramma delle spose bambine

Un’altra piaga mondiale è quella delle spose bambine. Il loro destino, a volte, è già stato deciso sin dalla nascita. Con il matrimonio, che non ha nulla a che vedere con il vestito bianco e i fiori d’arancio per coronare un sogno d’amore, vengono private di un’infanzia normale. Il 4 gennaio 2018, in Turchia, l’autorità pubblica per gli affari religiosi ha dichiarato lecita la pratica delle spose bambine, a patto che abbiano raggiunto la pubertà. Nonostante la legge turca vieti il matrimonio sotto i 17 anni, le stime parlano di 181mila spose under 16 in Turchia. Il Paese, con il 14% di matrimoni precoci, risulta oggi al secondo posto in Europa, subito dopo la Georgia che ha una percentuale del 17%. Nelle zone più sottosviluppate e rurali, come nella provincia di Şanlıurfa, la percentuale di queste unioni sfiorerebbe addirittura quota 60%. 

Streghe perché donne

Oltre a dover subire torture e violenze, le donne molto spesso sono vittime delle superstizione. Ci sono Paesi dove, specie nelle regioni più remote, molti non accettano cause naturali, sfortuna o malattia per spiegare incidenti o morti. In Papua Nuova Guinea non è raro che donne – ma anche bambine – vengano torturate e uccise perché ritenute delle streghe. Come ha denunciato Amnesty International la gente del luogo, molta della quale crede alla “saguna” la stregoneria locale, pensa di scacciare gli eventi negativi attraverso l’uccisione di coloro che ne vengono ritenuti responsabili. Nell’aprile del 2014 sei persone, due delle quali bambine di appena cinque anni, sono state massacrate da una folla inferocita. L’anno prima, nell’isola di Bougainville, due donne anziane sono state decapitate perché bollate come streghe. Questo fenomeno è presente anche in Africa dove, secondo un report del Legal Human Rights Center (Lhrc), nei primi mesi del 2017 sono state 155 le vittime di uccisioni collegate alla stregoneria. Un problema concreto anche in Tanzania, dove nel 2017, cinque donne accusate di essere streghe sono state linciate dalla folla e poi date alle fiamme. 

Traffico di esseri umani: prostituzione e riti voodoo

Ci sono casi in cui le donne, non solo sono accusate di compiere rituali, ma a volte ne sono vittime. E’ il caso delle ragazze, per la maggior parte nigeriane, che vengono costrette a prostituirsi dopo essere state sottoposte a dei riti voodoo. Non si tratta di un elemento folcloristico, ma ha una funzione coercitiva ed è determinante per condurre all’assoggettamento schiavistico. L’antropologo olandese Rijk Van Dijk, nei suoi studi, spiega che prima di lasciare la Nigeria, i trafficanti conducono le donne in antichi santuari dove i ministri eseguono rituali che possono includere il mangiare cuore di pollo, il taglio superficiale del corpo con i rasoi e la decapitazione di capre. Terrorizzate dall’idea che presunti influssi malefici possano ricadere su di loro e sulle rispettive famiglie, le ragazze vengono costrette a prostituirsi sulle strade italiane ed europee. Si ritrovano così in una condizione di totale schiavitù, private della loro dignità e costrette a vendere il proprio corpo in cambio di denaro che andrà a rimpinguare le casse di racket criminali. 

Il giro di affari dello sfruttamento sessuale

Con i suoi 99 miliardi di dollari di fatturato a livello mondiale, lo sfruttamento sessuale, del resto, rappresenta la fetta più grande di un giro d’affari totale (quello della tratta appunto) che il Gruppo d’azione finanziaria internazionale – in un rapporto basato su dati Onu – ha calcolato in 150,2 miliardi di dollari nel 2018; con un impennata di quasi il 200% in soli 7 anni. Secondo il report Undoc delle Nazioni Unite, le donne in età adulta sono vittime del fenomeno nel 49% dei casi, mentre i bambini (compresi i minori di sesso femminile) lo sono nel 33% dei casi. Nel settembre 2015 la Direzione generale di statistica del ministero della Giustizia ha pubblicato un’indagine statistica su un campione rappresentativo di fascicoli definiti con sentenza relativamente ai reati ex art. 600, 601 e 602 del codice penale (rispettivamente “riduzione in schiavitù”, “tratta di persone” e “alienazione e acquisto di schiavi”). Dall’indagine statistica emerge che la vittima tipica dello sfruttamento corrisponde al profilo di un/una giovane, di età media di 25 anni, nel 75,2% dei casi è di sesso femminile, di nazionalità estera, principalmente rumene (51,6%) e nigeriane (19%), in alcuni casi sposate (13,6%) o con figli (22,3%). 

Alcuni dati

Le Nazioni Unite hanno affermato che la violenza contro le donne e le ragazze è una delle violazioni più diffuse e devastanti dei diritti umani nel nostro mondo. Rimane in gran parte non dichiarata a causa dell’impunità e, in alcuni casi, della vergogna che la circondano. Una donna su tre subisce violenze fisiche o sessuali durante la propria vita, più frequentemente da un partner intimo; solo il 52 per cento delle donne sposate o in un’unione può prendere liberamente le proprie decisioni in merito a rapporti sessuali o assistenza sanitaria. In tutto il mondo, quasi 750 milioni di donne e ragazze si sono sposate prima del loro diciottesimo compleanno, mentre 200 milioni hanno subito mutilazioni genitali femminili. Il 71 per cento di tutte le vittime della tratta di esseri umani nel mondo sono donne o adolescenti e, di loro, 3 su quattro sono sfruttate sessualmente. 

 

Pubblicato in Bibbia | Commenti disabilitati su 8 marzo dedicato a tutte le donne

Il mercoledì delle ceneri

Riporto un articolo del quotidiano on-line interris del 6 marzo 2019

Il senso del mercoledì delle ceneri
Suor Roberta Vinerba, commenta il messaggio scelto dal Papa per la Quaresima 2019
di DARIA ARDUINI

Con il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima, il periodo che precede la Pasqua. E’ giorno di digiuno e di astinenza dalle carni, pratica quest’ultima che la Chiesa richiede per tutti i venerdì dell’anno.
Il tema scelto da Papa Francesco per il tempo liturgico che iniziamo a vivere da oggi, è: “L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). In Terris, ne ha parlato con Suor Roberta Vinerba, teologa e prima donna a guidare l’Istituto superiore di scienze religiose (Issra) di Assisi, collegato alla Pontificia università lateranense.

Qual è il significato biblico delle Ceneri?
“La teologia biblica rivela un duplice significato dell’uso delle ceneri. Prima di tutto rappresentano la fragilità, la precarietà, dell’uomo: Abramo rivolgendosi a Dio dice: ‘Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…’ (Gen 18,27). Questo non vuol dire però che Dio ci abbia creati manchevoli in qualcosa. E’ proprio la nostra condizione di creatura a renderci indigenti perché la vita la riceviamo in dono. Noi siamo creature amate che tutto ricevono e che su questa Terra sperimentano la propria condizione di precarietà. Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: ‘I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere’ (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: ‘Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore’ (Gdt 4,11).

Che cosa rappresentano oggi?
“Oggi più che mai abbiamo bisogno di ‘qualcuno’ che ci ricordi che siamo cenere e cenere torneremo. L’uomo infatti nonostante i progressi della scienza, della tecnologia, resta sempre una creatura precaria, debole. Pertanto le ceneri sono una memoria che parla alla nostra superbia ogni volta che ci sentiamo onnipotenti e pensiamo di essere noi stessi gli autori della nostra vita. Ma anche un invito a rendere il nostro tempo pieno d’amore, proprio perchè essendo così effimero, non sappiamo quando finirà”.

Le famiglie come vivono questo momento?
“Purtroppo la vita sempre più frenetica, il consumismo, la mancanza di valori, hanno fatto perdere il senso di questa giornata. Oggi solo chi ha un’esperienza di Dio che è fatta di eucaristia domenicale, di una prossimità ai luoghi della Chiesa, dà importanza alle ceneri. La maggioranza delle persone ha invece perso anche la memoria che vi sia un Mercoledì delle Ceneri o una Quaresima. Questo ci dice tanto. Ci indica la necessità di una nuova evangelizzazione che parli all’uomo di oggi che mai come nella storia, ha bisogno di ricordarsi chi è”.
Il messaggio per la Quaresima 2019 di Papa Francesco, prende le mosse dalle parole di San Paolo…
“C’è un passaggio che mi ha particolarmente colpito, quando il Santo Padre parla della differenza fra mangiare e divorare. ‘Digiunare – si legge nel messaggio – significa imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di divorare tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore’. Ecco con queste parole Papa Francesco, ci invita a riflettere sul fatto che viviamo in un tempo vorace dal punto di vista globale. Noi divoriamo tutto. Divoriamo con un ritmo velocissimo le relazioni, che apriamo e chiudiamo in un istante, divoriamo le esperienze. Chi divora è qualcuno che non assapora, che è incapace di assaporare. Mentre il nutrirsi ha come finalità lo stare in salute, la convivialità e anche il rendere grazie a Dio per la bontà di un cibo che diventa cultura, un modo di relazionarsi con gli altri. Chi divora invece non fa attenzione né all’altro né a ciò che mangia, ma è qualcuno che in maniera compulsiva deve riempire se stesso. Divorare è l’attitudine di chi tutto ingloba dentro di sé e tutto macina, dalle relazioni alle persone, dal cibo al creato, alla natura, all’ambiente. Per questo credo che la strada indicataci da Bergoglio sia estremamente importante, in un tempo che divora il tempo, che è riempito di tante cose, ma che alla fine ci fa ritrovare senza aver assaporato niente”.

I digiuni e i fioretti oggi hanno ancora un senso?
“Hanno un senso nella misura in cui noi capiamo che il digiuno è educazione, non solo a prendere consapevolezza di chi sono, del mio stato di precarietà, ma anche che non è sempre possibile soddisfare i propri bisogni. Educazione all’attesa, perché non è possibile avere tutto subito. Ma anche alla solidarietà, al valore del sentirsi in empatia con chi questo digiuno è costretto a farlo non per scelta ma per necessità. Digiuno, è un luogo potremmo dire per noi nuovo, anche se le sue radici sono antiche. L’importante però è che non sia un esercizio di ascesi fine a se stesso che riempie addirittura il nostro orgoglio, ma che sia finalizzato all’amore, alla relazione. Il digiuno dev’essere infatti una possibilità di amare qualcuno. Quindi anche il rinunciare a qualche cosa diventa importante perché la rinuncia ha come finalità l’amore. Senza amore, il digiuno diventa addirittura un gesto dannoso perché serve solo a riempire la nostra superbia”.

Che Quaresima ci attende…
“La Quaresima è un cammino che ci aiuta a valutare la nostra vita. Quando si parte per un viaggio dobbiamo pensare a cosa portare con noi, a fare una lista di ciò che è veramente utile e necessario. Perché chi cammina deve stare leggero. Quindi anche l’elemosina, il digiuno, la carità, sono esercizi, strumenti, di alleggerimento di un’attitudine alla vita che invece ci vede sempre più ‘sopraccoperti’, tendenti all’accumulo, ad avere di più, ad essere appunto voraci. Ecco la Quaresima è dunque un’opportunità per cominciare un cammino di vita nuovo, libero da tutto ciò che è dannoso e superfluo”.

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La Quaresima

Il tempo della Quaresima è il tempo privilegiato per rivedere la propria esistenza. La stessa liturgia della Parola, questo anno presa dal tempo C, invita in modo costante con i testi della Sacra Scrittura  a riflettere sul rapporto con Dio, con se stessi e con gli altri che si incontriamo lungo il cammino della vita.

Riporto un passaggio preso dall’Udienza Generale tenuta da Papa Benedetto XVI il 6 febbraio 2013 su Dio Creatore. L’estratto invita a riflettere sul senso del peccato ed aiuta a comprendere il significato di ‘peccato originale’.

“Dei racconti della creazione, vorrei evidenziare un ultimo insegnamento: il peccato genera peccato e tutti i peccati della storia sono legati tra di loro. Questo aspetto ci spinge a parlare di quello che è chiamato il “peccato originale”. Qual è il significato di questa realtà, difficile da comprendere? Vorrei dare soltanto qualche elemento. Anzitutto dobbiamo considerare che nessun uomo è chiuso in se stesso, nessuno può vivere solo di sé e per sé; noi riceviamo la vita dall’altro e non solo al momento della nascita, ma ogni giorno. L’essere umano è relazione: io sono me stesso solo nel tu e attraverso il tu, nella relazione dell’amore con il Tu di Dio e il tu degli altri. Ebbene, il peccato è turbare o distruggere la relazione con Dio, questa la sua essenza: distruggere la relazione con Dio, la relazione fondamentale, mettersi al posto di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che con il primo peccato l’uomo “ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione creaturale e conseguentemente contro il proprio bene” (n. 398). Turbata la relazione fondamentale, sono compromessi o distrutti anche gli altri poli della relazione, il peccato rovina le relazioni, così rovina tutto, perché noi siamo relazione. Ora, se la struttura relazionale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, ogni uomo entra in un mondo segnato da questo turbamento delle relazioni, entra in un mondo turbato dal peccato, da cui viene segnato personalmente; il peccato iniziale intacca e ferisce la natura umana (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 404-406). E l’uomo da solo, uno solo non può uscire da questa situazione, non può redimersi da solo; solamente il Creatore stesso può ripristinare le giuste relazioni. Solo se Colui dal quale ci siamo allontanati viene a noi e ci tende la mano con amore, le giuste relazioni possono essere riannodate. Questo avviene in Gesù Cristo, che compie esattamente il percorso inverso di quello di Adamo, come descrive l’inno nel secondo capitolo della Lettera di San Paolo ai Filippesi (2,5-11): mentre Adamo non riconosce il suo essere creatura e vuole porsi al posto di Dio, Gesù, il Figlio di Dio, è in una relazione filiale perfetta con il Padre, si abbassa, diventa il servo, percorre la via dell’amore umiliandosi fino alla morte di croce, per rimettere in ordine le relazioni con Dio. La Croce di Cristo diventa così il nuovo albero della vita”.

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27 gennaio giornata della memoria

In occasione della giornata della memoria riporto un brano del testo di Primo Levi “Se questo è un uomo”

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

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