Festa di Sant’Agostino Vescovo

Oggi è la festa di Sant’Agostino Vescovo (354-430).

Riporto l’inizio del suo libro più conosciuto, le Confessioni. In esso traspare quanto è stata importante la ricerca della verità. 

1,1. Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato  e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. Concedimi, Signore, di conoscere e capire  se si deve prima invocarti o lodarti, prima conoscere oppure invocare. Ma come potrebbe invocarti chi non ti conosce? Per ignoranza potrebbe invocare questo per quello. Dunque ti si deve piuttosto invocare per conoscere? Ma come invocheranno colui, in cui non credettero? E come credere, se prima nessuno dà l’annunzio? Loderanno il Signore coloro che lo cercano?, perché cercandolo lo trovano, e trovandolo lo loderanno. Che io ti cerchi, Signore, invocandoti, e t’invochi credendoti, perché il tuo annunzio ci è giunto. T’invoca, Signore, la mia fede, che mi hai dato e ispirato mediante il tuo Figlio fatto uomo, mediante l’opera del tuo Annunziatore.

Auguri a quanti sono in ricerca della Verità!

 

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Assunzione di Maria

Riporto un articolo del quotidiano on line Interris del 15 agosto 2018. Autore Paolo Berti.

Indagine su una celebrazione che affonda le radici a ben prima che venisse proclamato il dogma

Le Scritture non presentano l’assunzione di Maria al cielo, ma esse indirizzano coerentemente a questa verità. L’evento dell’assunzione non passò affatto sotto silenzio perché fin dal II sec. si ritrovano tracce documentali dell’assunzione di Maria al cielo in anima e corpo. La prima traccia è data da Leucio Carino (II sec.), del quale viene detto che in qualche modo conobbe, o direttamente o per interposte persone, Giovanni apostolo. Il suo pensiero teologico ebbe influssi doceti, mentre si rivelò contrario agli errori ebioniti. (Di Bernardino A., Leucio Carino, in DPAC – Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane -, p. 1940. – ID. (ed.), Patrologia III, Marietti, Torino 1978). Leucio Carino dice che l’anima di Maria venne presa dal Signore che l’affidò a san Michele, il corpo venne consegnato a Pietro, presente con Giovanni e gli altri apostoli. Pietro tumulò il corpo nella valle del Cedron. Dopo tre giorni il corpo si riunì all’anima e fu assunto dagli angeli e portato nel “paradiso terrestre”, da intendersi come punto di partenza per l’assunzione al cielo. Le narrazioni successive presentano un subito dopo la morte, che dichiara inequivocabile l’assenza della corruzione tombale. Leucio Carino viene ritenuto (Lino Cignelli e Bellarmino Bagatti) l’autore dell’archetipo base delle varie narrazioni successive del Transito detto anche Dormizione, ma indubbiamente la narrazione di Leucio Carino è già, alla luce degli studi assunzionisti, un’elaborazione narrativa. Le tracce successive circa l’assunzione si hanno tra la fine del IV sec. (Sant’Efrem, Timoteo di Gerusalemme, sant’Epifanio di Salamina, operetta siriaca Obsequia Beatae Virginis) e la fine del V sec., datazione alla quale si fanno risalire i più antichi racconti apocrifi sul Transito di Maria. Questa letteratura presenta che Maria venne assunta in cielo, conoscendo la morte, ma non subendo la corruzione del sepolcro.

La prima richiesta dell’Assunzione come dogma
Nel sec. VI cominciò in Oriente a diffondersi la celebrazione liturgica del Transito o Dormizione di Maria. Dal VII al X sec. numerosi autori greco-bizantini affermano l’Assunzione di Maria in anima e corpo, dopo la sua morte e la sua risurrezione; ma altri teologi orientali hanno esitazioni circa l’assunzione di Maria. Parimenti parecchi autori latini sostenevano l’affermazione dell’assunzione, ma altri professavano che Maria era morta come tutti gli uomini, e attendeva la risurrezione finale. Un gesto di grande decisione fu quello di papa Sergio I che nel sec. VII stabilì per Roma la festa della Dormizione. Nel VII sec. la festa fu accolta anche in Francia e in Inghilterra prendendo la denominazione di Assumptio S. Mariae. Tale nuova titolazione spostò l’accento dalla Dormitio alla Assumptio. Nel sec. XVII il padre Cesario Shguanin dei Servi di Maria (1692-1769) presentò alla Santa Sede la prima richiesa di formulazione dell’assunzione, come dogma di fede. In seguito centinaio di petizioni furono indirizzate ai Pontefici per la formulazione del dogma dell’assunzione di Maria in cielo in anima e corpo. Se nella prima metà del secolo XIX gli studiosi (gli studi fiorirono particolarmente dal 1940 al 1950) si riferivano di solito solo al Transito scritto dallo Pseudo Melitone di Sardi, a un passo dello Pseudo Dionigi e al racconto della Storia Eutymiaca, inserito nell’Omelia II di Giovanni Damasceno, oggi, con nuovi ritrovamenti, gli studiosi hanno a disposizione parecchi testi in greco, latino, etiopico, arabo, armeno, georgiano, boharico, saidico, siriaco, irlandese, slavo. Importante è il Transito di Maria in greco, detto romano perché conservato nella Biblioteca Vaticana. Il manoscritto, scoperto nel 1955, è datato al sec. XI, ma risulta essere molto vicino al modello più antico.

La morte di Maria
Grande parte della tradizione parla della morte di Maria in termini di “dormizione”, sottolineando in tal modo la non corruzione, ma si va anche oltre poiché sant’Epifanio di Salamina ( 315 – 403) non esitò a dire che la fine di Maria sulla terra fu “piena di prodigio”, mentre Timoteo di Gerusalemme (fine IV sec.) considerò Maria non soggetta alla morte, e condotta da Cristo nel luogo dove egli ascese al cielo. La tradizione parla, tuttavia, anche di tomba e quindi di morte. Se Maria abbia conosciuto la morte oppure no, fu una questione molto dibattuta alla vigilia del pronunciamento dogmatico dell’assunzione di Maria alla gloria celeste. Padre Carlo Baliæ, ofm, (fondatore dell’Accademia mariana internazionale) era sostenitore della morte naturale di Maria, mentre padre Martin Jugie, della Congregazione degli Agostiniani Assunzionisti, e grande studioso che contribuì agli studi preparatori sul dogma dell’Assunta, era per la non morte di Maria, considerando non vincolante teologicamente la morte biologica di Maria. Di questo avviso è stato pure don Gabriele Roschini, certo che il numero degli aderenti alla non morte di Maria sarebbe cresciuto nel futuro. (Gabriele Maria Roschini, “Il problema della morte di Maria SS. dopo la costituzione dogmatica «Munificentissimus Deus” in Marianum 13 (1951), 163).

La definizione dogmatica di Pio XII circa l’assunzione di Maria non volle toccare la questione: chi pensava a una “Dormitio” senza la morte non si trovava di fronte a un pronunciamento contrario, e viceversa. Così si esprime la Costituzione apostolica “Munificentissimus Deus” del 1 novembre 1950: “Pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”. La questione della morte o non morte rimane aperta, ma si possono fare queste considerazioni. La morte di Cristo fu di origine violenta, e conobbe la tomba, mentre quella di Maria non fu di morte violenta. Se non fu, come attesta tutta la tradizione, di morte violenta, inevitabilmente si deve dire che Maria ebbe una morte naturale per anzianità o malattia. Con ciò il corpo di Maria, tempio del Dio vivente, tabernacolo consacrato dalla presenza del Verbo incarnato, animato da un’anima Immacolata, ebbe il decadimento dell’anzianità o dell’intervento di una malattia, e ciò è già un grado di corruzione, anche se non è affatto la corruzione specifica della tomba. La morte naturale non è così in sintonia con il concetto di non corruzione.

Considerando la “dormizione” come uno stato estatico si può giungere ad un risultato teologico che dà ragione ai sostenitori della non morte di Maria tra i quali spicca padre Martin Jugie. Non si tratta di fantasie. Infatti, gli autori di trattati di ascetica e mistica (conosciutissimi: Adolfo Tanquerey e Royo Marin) riferiscono, con documentazione, che l’estasi produce una alienazione dai sensi e che il corpo dell’estatico diventa insensibile a ciò che lo tocca. La temperatura corporea diminuisce, il respiro diventa impercettibile e così il battito cardiaco, mentre l’aspetto è soave, vivo. E’ un evento misterioso, ma reale, che si può definire come dormizione. In Maria la dormizione fu eccelsa data la sua unione unica con Dio. Non fu assenza di attività dello spirito, ma intensissima attività nell’azione di fuoco dello Spirito Santo. Poi il corpo, rimasto vivo, venne reso glorioso mentre contemporaneamente l’anima ebbe accesso alla visione beatifica: Gloriosa Maria fu assunta alla gloria celeste. L’assunzione di Maria non è così semplicemente il prima rispetto alla risurrezione finale, ma è una conclusione gloriosa insita nella sua realtà di Vergine immacolata, Madre di Gesù. Tutto ciò in virtù di Cristo salvatore, causa universale di salvezza, di elevazione a Dio e di glorificazione.

Dove è avvenuta l’Assunzione?
Il luogo dell’assunzione, secondo la tradizione apocrifa a partire la Leucio Carino, è Gerusalemme, dove si trova la Basilica della “Dormizione”. Questo concorda con la presenza a Gerusalemme di Giovanni per diverso tempo. Il computo preciso degli anni della sua presenza è indefinibile per le molte difficoltà cronologiche (Cf. At 4,13s; 5,17s; 8,1; Gal 2,9). Il luogo presentato dalle visioni di Katerina Emmerick (1774-1824) sarebbe invece nei dintorni di Efeso. Tale indicazione per Efeso può poggiare sul fatto che Giovanni vi si recò effettivamente, e su un documento del Concilio di Efeso (431), che riprende, forse, una tradizione locale, oppure vi diede origine. Il documento è la lettera che il Concilio di Efeso inviò a Costantinopoli, il cui vescovo era Nestorio, che negava la divina maternità di Maria. Questa la frase: “Nestorio, il rinnovatore dell’eresia empia, dopo essere giunto nella terra degli efesini, là dove erano giunti il teologo Giovanni e la Theotokos vergine, la santa Maria”. Caterina Emmerick dovette essere stata raggiunta dalla tradizione efesina, sulla quale Dio le impostò la visione avuta. Sappiamo che Dio nelle visioni ai mistici non si impegna a rimuovere errori di carattere storico presenti nelle loro convinzioni, mirando alla pietà dei soggetti. Resta il valore della casa della Madonna ritrovata a Efeso, in realtà una cappellina in disuso con la facciata risalente al VII secolo e l’abside al IV sec. Al I sec. risalirebbero le tracce delle fondamenta di una casa precedente, che potrebbe essere dell’apostolo Giovanni, ma ciò non ha comprova documentale. Comunque la casa di Maria (Meryem Ana) ha un grande valore anche sotto il profilo interreligioso, perché è anche meta della devozione dei musulmani a Maria.

Quando è avvenuta l’Assunzione?
Quanto alla data dell’assunzione non si hanno elementi, solo si può pensare che non dovette tardare molto dopo la risurrezione di Cristo. Il dogma dell’assunzione di Maria è di grande importanza perché definisce la conclusione gloriosa della vita di Maria. Sappiamo che la grazia perfeziona la natura e che la gloria perfeziona la grazia, così Maria raggiunse la perfezione nella gloria celeste. Tale perfezione Maria la raggiunse con ogni pienezza perché assunta in anima e corpo. Per tale perfezione Maria è attiva in cielo di più di quello che fu in terra, e questo è di grande conforto. Il suo cuore è in cielo e ci ama senza riserve. Se in terra Maria conosceva genericamente gli uomini, ora in cielo, in Dio ci conosce distintamente nella visione dell’Essenza divina, così si preoccupa di ciascuno di noi conoscendoci nei nostri bisogni profondi. Piena di carità e pure umilissima in cielo, essendo veramente un paradiso nel paradiso. Tanto più uno è santo e tanto più uno e vicino agli altri, così Maria assunta in cielo è la più vicina delle donne, e come madre amorosissima ci segue con la sua intercessione, sempre affaccendata nelle nostre faccende, spirituali e materiali. E gloria è per noi Maria, perché essere figli di Maria significa avere la dignità che procede dalla sua grandezza.

Il dogma ci rafforza la fede nella nostra risurrezione finale, pur già certa in Cristo, poiché l’assunzione ne è una prova. Ci vincola pure a pensare al cielo non solo come stato glorioso di unione con Dio, visto come egli è, ma anche come luogo. Noi siamo presi dalle ipotesi cosmiche, tanto che a volte vogliamo tacere del cielo di Dio, come luogo, ma sbagliamo perché in quel cielo Maria è stata assunta accanto al Figlio, già asceso al cielo. Non sappiamo nulla di questo cielo, la cui esistenza è dichiarata dalla rivelazione, ma possiamo dire che non è una parte del cielo astronomico, e che è al di sopra dei cieli astronomici. La Scrittura ci parla della Gerusalemme celeste (Gal 4,26; Eb 12,22; Ap 3,12; 21,2; 21,9s) e noi, tale Gerusalemme, la possiamo pensare fondata sulle immense distese stellari del cosmo. Maria, creatura di Dio innalzata sopra i cori angelici, ci dice che per innalzarci verso i cieli la via è Cristo e la conformità a Cristo. La scalata dei cieli rimane per noi, pur nelle nostre imprese grandiose, ben poca cosa. Ben poco ci potremo innalzare verso l’alto, e pur con la conquista di pianeti, rimarremo terrestri, anche nelle stazioni spaziali dove cibo, ossigeno, acqua, ci saranno necessari. Se stabiliremo in futuro una stazione su Marte la dovremmo terrestrizzare per poterci vivere. Maria assunta in cielo non ha più bisogno di ciò che viene dalla terra, di ciò che la terra dava al suo corpo perché rimanesse in vita, ella infatti è entrata nella gloria della vita eterna.

 

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Chiamati alla santità

Il Santo Padre Francesco ha fatto un altro grande dono a ciascuno con l’Esortazione Apostolica Gaudete et exultate (GE – Rallegratevi ed esultate, espressione presa dal Vangelo di Matteo 5,12, parte dell’ultima beatitudine), dedicata alla santità a cui ognuno è chiamato (GE 10; cf Lv 11,44 e 1Pt 1,16; Lumen gentium, 11).

Il pensiero dominante del Pontefice è che tutti sono chiamati alla santità nella vita semplice ed ordinaria di tutti i giorni: “Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova”. (GE 14)

I commenti sui social e sui vari siti di internet sono già tanti. Preferisco allegare il testo in modo che possa essere facilmente scaricato e soprattutto letto.

Ecco il testo dell’esortazione:  Gaudete et exultate.  Buona lettura!

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Il genio femminile nella Mulieris dignitatem

Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II il 15 agosto 1988 regalava al mondo intero la lettera apostolica Mulieris dignitatem dopo l’enciclica Redemptoris Mater (25 marzo 1987) dando inizio ad altri documenti, come la Lettera alle donne (29 giugno 1995), o la Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella chiesa e nel mondo (31 maggio 2004) della Congregazione per la dottrina della fede. Anche il Pontefice Paolo VI, prossimo ad essere proclamato ufficialmente Santo, a conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II ha voluto dedicare una attenzione profonda alla donna: è a lei che spetta salvare la pace nel mondo! Tutti questi documenti esprimono la convinzione della Chiesa di profonda stima e considerazione della donna in una visione che non è né femminista né tantomento maschilista (sono concetti che non appartengono alla Chiesa) ma cristologica e mariologica: la donna come l’uomo sono i destinatari dell’amore di Dio e a loro è affidato il compito di testimoniare e portare quell’amore con cui sono amati. 

Lo scorso anno ho tenuto una relazione  in una tavola rotonda preso la facoltà di scienze dell’educazione Auxilium a Roma sull’aspetto biblico della Mulieris dignitatem che metto a disposizione di tutti. Si tratta di una riflessione che tiene conto dei testi biblici citati nella lettera con una chiave di lettura ben precisa, quella del Santo Padre, la meditazione. La Bibbia, infatti, va sì studiata ma anche e, soprattutto, meditata.

Ecco i documenti in pdf

Messaggio di Paolo VI a chiusura del Concilio Vat II
Lettera apostolica Mulieris dignitatem
Lettera alle donne GPII
Lettera ai Vescovi Congregazione Dottrina Fede

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Peccato e redenzione

Il tempo della Quaresima è il tempo privilegiato per rivedere la propria esistenza. La stessa liturgia della Parola invita in modo costante con i testi della Sacra Scrittura  a riflettere sul rapporto con Dio, con se stessi e con gli altri che si incontriamo lungo il cammino della vita.

Riporto un passaggio preso dall’Udienza Generale tenuta da Papa Benedetto XVI il 6 febbraio 2013 su Dio Creatore. L’estratto invita a riflettere sul senso del peccato ed aiuta a comprendere il significato di ‘peccato originale’.

“Dei racconti della creazione, vorrei evidenziare un ultimo insegnamento: il peccato genera peccato e tutti i peccati della storia sono legati tra di loro. Questo aspetto ci spinge a parlare di quello che è chiamato il “peccato originale”. Qual è il significato di questa realtà, difficile da comprendere? Vorrei dare soltanto qualche elemento. Anzitutto dobbiamo considerare che nessun uomo è chiuso in se stesso, nessuno può vivere solo di sé e per sé; noi riceviamo la vita dall’altro e non solo al momento della nascita, ma ogni giorno. L’essere umano è relazione: io sono me stesso solo nel tu e attraverso il tu, nella relazione dell’amore con il Tu di Dio e il tu degli altri. Ebbene, il peccato è turbare o distruggere la relazione con Dio, questa la sua essenza: distruggere la relazione con Dio, la relazione fondamentale, mettersi al posto di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che con il primo peccato l’uomo “ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione creaturale e conseguentemente contro il proprio bene” (n. 398). Turbata la relazione fondamentale, sono compromessi o distrutti anche gli altri poli della relazione, il peccato rovina le relazioni, così rovina tutto, perché noi siamo relazione. Ora, se la struttura relazionale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, ogni uomo entra in un mondo segnato da questo turbamento delle relazioni, entra in un mondo turbato dal peccato, da cui viene segnato personalmente; il peccato iniziale intacca e ferisce la natura umana (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 404-406). E l’uomo da solo, uno solo non può uscire da questa situazione, non può redimersi da solo; solamente il Creatore stesso può ripristinare le giuste relazioni. Solo se Colui dal quale ci siamo allontanati viene a noi e ci tende la mano con amore, le giuste relazioni possono essere riannodate. Questo avviene in Gesù Cristo, che compie esattamente il percorso inverso di quello di Adamo, come descrive l’inno nel secondo capitolo della Lettera di San Paolo ai Filippesi (2,5-11): mentre Adamo non riconosce il suo essere creatura e vuole porsi al posto di Dio, Gesù, il Figlio di Dio, è in una relazione filiale perfetta con il Padre, si abbassa, diventa il servo, percorre la via dell’amore umiliandosi fino alla morte di croce, per rimettere in ordine le relazioni con Dio. La Croce di Cristo diventa così il nuovo albero della vita”.

Scarica il testo completo dell’udienza preso dal sito della Santa Sede Benedeto XVI udienza generale del 6 febbraio 2013

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La quaresima

Le letture della liturgia del mercoledì delle ceneri con cui inizia il periodo della quaresima sono un chiaro invito ad entrare nella misericordia di Dio, ad incontrarlo riconoscendo che l’essere umano in Lui trova la propria pienezza e realizzazione. Il peccato altro non è che l’ostacolo, l’impedimento a questo incontro che rivela all’uomo la piena verità di se stesso nell’incontro con Gesù.
Per questo la quaresima diventa un momento molto importante.

Questo tempo che i cristiani sono chiamati a vivere ogni anno, anticamente era il periodo di preparazione per coloro che stavano per ricevere il battesimo. La penitenza era la caratteristica di questo periodo che prendeva come riferimento il tempo dei quaranta giorni passati da Gesù nel deserto dopo avere ricevuto il battesimo dal Battista (Mt 3,13-4,11; Mc 1,9-13; Lc 3,21-4,13). Questo è il fondamento dei 40 giorni che segnano la durata della quaresima.
La Quaresima oggi si caratterizza per tre aspetti essenziali che sono: la preghiera, la penitenza e la carità. Si potrebbe dire che attraverso questi tre aspetti il cristiano ha l’opportunità di mettere a fuoco se stesso in relazione a Dio (preghiera), a se stesso (penitenza) e agli altri (carità). La quaresima diventa l’occasione per guardarsi dentro là dove abita, come direbbe S.Agostino, la verità dell’umano (1) e superare quelle illusioni che troppo spesso spersonalizzano e rendono insignificanti le scelte che ogni giorno si è chiamati ad operare. In pratica la quaresima è l’occasione privilegiata per ritrovare se stessi ed incamminarsi verso la Pasqua di Gesù, festa della vittoria della vita sulla morte.

La Quaresima inizia con il Mercoledì delle ceneri (quest’anno il 14 febbraio) e termina prima della messa in ‘Cena Domini’ del giovedì Santo. Ad esso fa seguito il Triduo, dall’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù durante l’ultima cena (Mt 26,20-25; Mc 14,22-25; Lc 22,14.21-23 e Gv 13,21-30), il racconto della Passione presente in tutti e quattro vangeli fino al sabato santo in attesa della grande veglia della notte nella quale si celebra la risurrezione di Gesù.

 (1) Noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas. Et si tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et teipsum. Illuc ergo tende, unde ipsum lumen rationis accenditur. (Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità. E se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso. Tendi là dove si accende la stessa luce della ragione” (Agostino di Ippona, De vera religione  39, 72).

 

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Carnevale e cristianesimo, quale legame?

Riporto un articolo preso dal quotidiano on-line Interris dell’8 febbraio 2018

di Gaetano Paciello

Dall’antica Grecia ai nostri giorni, la storia della festa più divertente dell’anno

Coriandoli, maschere e stelle filanti sono i segni inconfondibili del carnevale, una ricorrenza che coinvolge grandi e piccini in una grande festa che si sviluppa nelle strade di ogni città. Dolci, buon cibo e musica la fanno da padroni durante i giorni che precedono l’inizio della Quaresima. Scherzi, risate e finzione sono all’ordine del giorno. Ma quali sono le origini di questo tempo di sfrenato divertimento?

Nell’antica Roma. La nascita del carnevale si può rintracciare nella civiltà greca, prima, e in quella romana, poi. Infatti, durante le feste dionisiache e i saturnali, la società rinunciava, per un breve tempo, a quasi tutti gli obblighi della legge. Ricchi e poveri, liberi e schiavi, davano sfogo ai piaceri della carne. La religione dell’epoca dava a questi giorni una doppia valenza: quella della festa e al contempo anche un rinnovamento simbolico. Il caos sostituiva l’ordine costituito, il quale tornava “rinnovato” dopo i festeggiamenti e garantito per un altro anno. Anche l’uso delle maschere è da ricondurre all’antica Roma. Con la conquista dell’Egitto venne importata in tutte i territori dominati dall’Urbe la festa della dea Iside. Come attesta lo scrittore Lucio Apuleio nelle ‘Metamorfosi’, questa ricorrenza comportava la presenza di gruppi mascherati. Una tradizione, questa, che arriva dai popoli della Mesopotamia. A Babilonia, infatti, poco dopo l’equinozio di primavera, attraverso un grande “spettacolo teatrale” in movimento, veniva ri-attualizzato il processo originario di fondazione del cosmo così com’era descritto nei miti che formavano i testi sacri di questi popoli. La leggenda narrava della lotta del dio Marduk con il drago Tiamat, che si concludeva con la vittoria del primo. Una grande processione ricreava allegoricamente l’evento. Ma non solo. Erano rappresentate anche le forze del caos che contrastavano il mito della morte e risurrezione di Marduk. Nel corteo vi era anche una nave a ruote su cui la luna e il sole percorrevano “la grande via della festa”. Questo periodo veniva vissuto con una libertà sfrenata accompagnata da un capovolgimento dell’ordine sociale e morale.

Purificazione.  Mircea Eliade, noto storico delle religioni, nel ‘Mito dell’Eterno Ritorno”, scriveva: “I combattimenti rituali fra due gruppi di figuranti, la presenza dei morti, i saturnali e le orge, sono elementi che denotano che alla fine dell’anno e nell’attesa del Nuovo Anno si ripetono i momenti mitici del passaggio dal Caos alla Cosmogonia”. Queste cerimonie, dunque, avevano una valenza purificatoria e dimostrano, secondo Eliade, il “bisogno profondo di rigenerarsi periodicamente abolendo il tempo trascorso e riattualizzando la cosmogonia”. In altre parole: la violazione di tutte le leggi, sociali e morali, mira alla “distruzione” del mondo e alla “restaurazione di quel tempo primordiale” nel quale si originò l’universo. In primavera, quando la terra “torna a vivere”, si apriva un passaggio tra gli inferi e la terra dei vivi. Ma le anime, per non diventare pericolose, dovevano essere onorate e per questo si prestavano loro dei corpi provvisori fatti con stoffe colorate. Al posto della testa una maschera che rappresentava i personaggi del mito. Questa tradizione ha poi generato, nel corso dei secoli, anche alcune maschere italiane. Arlecchino ne è un chiaro esempio. Dante, nella sua cantica, parla del demone Alichino; la tradizione popolare francese, invece, lo identifica come uno dei “personaggi diabolici farseschi”. Ma alla fine, il tempo e l’ordine sociale del cosmo venivano ricostituiti tramite un rituale di carattere purificatorio comprendente un “processo”, una “condanna”, la lettura di un “testamento” e un “funerale” del carnevale stesso. Infatti, come accade ancora oggi in diverse città, terminati i festeggiamenti, si “uccideva” il re carnevale, rappresentato da un fantoccio (veniva dato alle fiamme, o decapitato, o annegato).

Nel Rinascimento. Con l’avvento del cattolicesimo e la cristianizzazione dell’Europa, questi riti vennero aboliti dalla Chiesa. Bisognerà attendere il Rinascimento e la corte medicea. Nel XV e XVI secolo, a Firenze, la famiglia de Medici era solita organizzare grandi mascherate su carri chiamate “trionfi”, accompagnate da canzoni da ballo. Lo stesso Lorenzo il Magnifico fu autore di uno dei più celebri di questi canti: “Il trionfo di Bacco e Arianna”. Anche nella Roma papale del ‘500 si riprese a “festeggiare” il carnevale con la corsa di alcuni cavalli e la “gara dei moccoletti”: i partecipanti, mascherati, cercavano di spegnersi reciprocamente le candele. E’ in questo contesto storico che nasce la parola carnevale. Le prime testimonianze dell’uso di questo termine vengono dai testi del giullare Matazone da Caligano e del novelliere Giovanni Sercambi. Il nome della festività deriva dal latino carnem levare ovvero “togliere la carne”, e indicava il grande banchetto che si teneva il martedì grasso, ovvero l’ultimo giorno dei festeggiamenti. Infatti, con il Mercoledì delle Ceneri ha inizio la Quaresima, un tempo di digiuno e purificazione durante il quale i credenti praticano l’astinenza dalle carni.

Il carnevale per la Chiesa. La Chiesa, nel corso dei secoli, ha riabilitato il carnevale dandogli un’interpretazione “sacra”. Il giorno d’inizio dei festeggiamenti, ad esempio, è stato deciso proprio dalla gerarchia ecclesiastica. Nei Paesi cattolici, per tradizione, il carnevale cominciava con la Domenica di settuagesima, ovvero la prima delle nove che precedono la Settimana Santa secondo il calendario gregoriano. I festeggiamenti duravano, come anche oggi, circa due settimane, e si concludevano il martedì precedente il Mercoledì delle Ceneri. In passato, in questo periodo, si celebravano le Quarantore, pratica introdotta a Milano da San Carlo Borromeo e rapidamente diffusasi in tutta Italia per riparare ai peccati commessi durante i festeggiamenti. Consisteva in in una preghiera di adorazione davanti all’Ostia consacrata, esposta nelle chiese per due giorni consecutivi (da qui l’origine del termine quarantore).

Il rito ambrosiano. Nelle diocesi che seguono il rito ambrosiano, per antica tradizione, il carnevale termina con la prima Domenica di Quaresima. A Milano e dintorni, dunque, il carnevale dura 4 giorni in più rispetto a quei luoghi dove si celebra il rito romano. Il motivo di ciò è legato a una leggenda: il vescovo Ambrogio, impegnato in un pellegrinaggio, aveva annunciato il proprio ritorno nella città meneghina per carnevale, per poter celebrare i primi riti della Quaresima con il suo popolo. I milanesi lo aspettarono prolungando il carnevale sino al suo arrivo, posticipando il rito dell’imposizione delle Ceneri. In realtà, questa differenza sta nel fatto che, inizialmente, la Quaresima iniziava ovunque di domenica. I giorni che vanno dal Mercoledì delle Ceneri alla domenica furono introdotti nel rito romano per portare a quaranta i giorni di digiuno e penitenza effettivi. Infatti le domeniche non erano mai state considerate, come anche oggi, giorni di digiuno.

Il carnevale oggi. Ad oggi, il carnevale è la festa più divertente dell’anno, svilita, negli ultimi tempi, dalla pratica anti-cristiana di Halloween. Nel corso dei millenni i festeggiamenti hanno perso ogni caratteristica sacra. Sono rimaste, tuttavia, le maschere, i carri allegorici e il senso della festa. Tra i carnevali più famosi del mondo ci sono quello di Rio de Janeiro, in Brasile, e quello di Venezia, in Italia. Ma nel Bel Paese sono diverse le città note al grande pubblico per le sfilate: Putignano, Viareggio, Manfredonia e Acireale, sono considerate tra le più importanti. Turisti provenienti da ogni parte del mondo accorrono in queste località per godere dei maestosi carri allegorici, che ironizzano sui personaggi politici e del mondo dello spettacolo del momento, e per assaggiare i piatti tipici: chiacchiere, frittelle e castagnole.

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Il giorno della memoria

Arbeit macht frei

Il 27 gennaio di ogni anno si celebra il giorno della memoria. Si vogliono ricordare i crimini commessi dal regime nazi-fascista nei campi di concentramento dove milioni di persone, ritenute di razza inferiore ed indegne di vivere, furono messe a morte. Il luogo simbolo di questa immane cattiveria umana è il campo di concentramento di Auschwitz, città della Polonia meridionale. Nei vari campi furono sterminati circa sei milioni di ebrei insieme a molti altri internati. Credo opportuno ed urgente, anche in questo sito dedicato alla indagine biblica, proporre una riflessione su questo momento così tragico della storia dell’umanità che segna, senza alcun dubbio, il fallimento del progetto umano senza Dio. La shoah (1) è la testimonianza evidente che l’uomo quando dimentica di essere creatura e vuole essere dio, annienta se stesso. Per questo è importante non dimenticare e fare in modo che questo evento non cada nell’oblio.

Ma in tutto questo emerge con tutta la sua forza il messaggio di Gesù che con la sua croce e la sua risurrezione «ha sottratto al male la pretesa di essere la parola ultima del mondo, riaprendo l’orizzonte di un al di là del male che permane e splende nonostante il male e dentro lo stesso male». (2)

Concludo questo breve articolo citando una riflessione di Etty Hillesum, deportata nel campo di concentramento di Auschwitz dove morirà nel 1943, sulla speranza oltre la persecuzione e la morte stigmatizzate dal filo spinato e dai forni: «Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni, non veda il dominio della morte, sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così» (2)

(1) Il termine Shoah è stato adottato per descrivere la tragedia ebraica avvenuta durante la seconda guerra mondiale. “Shoah”, significa “desolazione”, “catastrofe”, “disastro”.

(2) Le citazioni sono prese da Di Sante Carmine, L’uomo alla presenza di Dio, Brescia, Queriniana 2010, 147-148.

Per una bibliografia sulla shoah si possono vedere:

AA.VV., Destinazione Auschwitz, Proedi Editore 2006

Di Porto Giuseppe, La rivincita del bene, I quaderni della Provincia di Roma n° 6, 2009

AA.VV., “Ora mai più”, le leggi razziali spiegate ai bambini. Della Associazione culturale ex alunni scuola elementare Umberto I –  Roma 2006

AA.VV. Finalmente liberi … La riapertura del Tempio Maggiore nella liberazione di Roma. 9 giugno 1944.

Pezzetti M. – Vespa B. – Berger Sara, I ghetti Nazisti, Roma, Gangemi Editore 2012.

 

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San Paolo Apostolo

Il 25 gennaio di ogni anno la Chiesa celebra il ricordo della Conversione di San Paolo apostolo. Questa figura è di vitale importanza per vari motivi. Fra i tanti due sono quelli  che colpiscono in particolare: la sua conversione nella quale nulla dell’Apostolo è perso ma trasformato. L’odio per i cristiani diventa amore sconfinato per Gesù e per l’umanità intera che cercherà di raggiungere attraverso i suoi viaggi missionari e le comunità da lui fondate fino alla città di Roma ritenuta il centro della vita sociale, politica e religiosa del tempo. L’altro aspetto è quello di averci lasciato vari scritti che rivelano la sua indole, la sua fede, il suo pensiero e il suo progetto missionario in nome sempre e solo di Gesù.
E’ interessante notare che la settimana di unità dei cristiani si conclude proprio con la memoria dell’Apostolo delle genti.

Allego una mia relazione che può essere utile per l’approfondimento di San Paolo Apostolo

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Unità dei cristiani

Unità cristiani

Settimana dell’unità di preghiera per l’unità dei cristiani dal

18 al 25 gennaio 2018.
Il tema di quest’anno è preso dal libro dell’Esodo 15,6:

«Potente è la tua mano, Signore».

Temi di preghiera per le singole giornate:

Primo giorno (18 gennaio 2018)
Tema: Amate lo straniero come voi stessi. Ricordatevi che anche voi siete stati stranieri in Egitto
Levitico 19, 33-34 Dovete amare lo straniero come voi stessi
Salmo 146 [145], 1-10 Il Signore protegge lo straniero
Ebrei 13, 1-3 Ci furono alcuni che, facendo così, senza saperlo ospitarono degli angeli
Matteo 25, 31-46 Ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa

Secondo giorno (19 gennaio 2018)
Tema: Non più uno schiavo, ma un caro fratello
Genesi 1, 26-28 Facciamo l’uomo: […] sia la nostra immagine
Salmo 10 [9], 1-10 Perché, Signore, te ne resti lontano?
Filemone 1-23 Ora non accoglierlo più come uno schiavo.
Egli è molto più che uno schiavo: è per te un caro fratello
Luca 10, 25-37 La parabola del buon samaritano

Terzo giorno (20 gennaio 2018)
Tema: Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo
Esodo 3, 4-10 Dio libera gli oppressi
Salmo 24 [23], 1-6 Signore noi siamo coloro che cercano il tuo volto
1 Corinzi 6, 9-20 Rendete quindi gloria a Dio col vostro stesso corpo
Matteo 18, 1-7 Guai a quelli che provocano scandali

Quarto giorno (21 gennaio 2018)
Tema: Speranza e guarigione
Isaia 9, 1-6 Diventerà sempre più potente e assicurerà una pace continua
Salmo 34 [33], 1-15 Cerchi la pace e ne segua la via!
Apocalisse 7, 13-17 Dio asciugherà ogni lacrima dei loro occhi
Giovanni 14, 25-27 Vi lascio la pace

Quinto giorno (22 gennaio 2018)
Tema: Da un capo all’altro del paese sento le grida della figlia del mio popolo
Deut. 1, 19-35 Il Signore stesso, il vostro Dio, cammina davanti a voi e vi ha portati
Salmo 145 [144], 9-20 Il Signore sostiene chi sta per cadere
Giacomo 1, 9-11 Il ricco infatti passa via come un fiore di campo
Luca 18, 35-43 Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!

Sesto giorno (23 gennaio 2018)
Tema: Badate agli interessi degli altri
Isaia 25, 1-9 Ora siamo felici e gioiosi perché ci ha salvati
Salmo 82 [81], 1-8 Difendete il povero e lo sfruttato
Filippesi 2, 1-4 Badate agli interessi degli altri e non soltanto ai vostri
Luca 12, 13-21 Badate di tenervi lontani dall’ansia delle ricchezze

Settimo giorno (24 gennaio 2018)
Tema: Costruire la famiglia nelle case e nelle chiese
Esodo 2, 1-10 La nascita di Mosè
Salmo 127 [126], 1-5 Se il Signore non costruisce la casa, i costruttori si affaticano invano
Ebrei 11, 23-24 Mosè fu tenuto nascosto dai suoi genitori […]
perché avevano visto che il bambino era molto bello
Matteo 2, 13-15 Giuseppe si alzò, di notte prese con sé il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto.

Ottavo giorno (25 gennaio 2018)
Tema: Il Signore raduna dai quattro angoli della terra i dispersi
Isaia 11, 11-13 Il regno d’Israele non sarà più geloso di quello di Giuda. Questi non sarà più il nemico d’Israele
Salmo 106 [105], 1-14.43-48 Raccoglici […] e renderemo grazie al tuo santo nome
Efesini 2, 13-19 Egli ha demolito quel muro che li separava
Giovanni 17, 1-12 La mia gloria si manifesta in loro.

Il materiale è preso da
Centro Pro Unione – Roma
Frati Francescani dell’Atonement
Scarica il fascicolo intero: Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2018

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